Utili BNS: prevedibilità senza promessa di pagamento
L'accordo tra DFF e Banca nazionale definisce fino al 2030 un quadro massimo di sei miliardi di franchi all'anno. È però il risultato annuale a decidere se il denaro verrà versato.

Il Dipartimento federale delle finanze (DFF) e la Banca nazionale svizzera (BNS) hanno rinnovato il loro accordo sulla distribuzione degli utili per gli esercizi dal 2026 al 2030. L'importo massimo distribuibile sale a sei miliardi di franchi all'anno rispetto alla regola finora in vigore. Sembra una pioggia di denaro pianificabile per Confederazione e Cantoni. L'accordo però non è affatto una promessa di pagamento: se e quanto verrà distribuito dipende ancora dalla situazione finanziaria della BNS dopo il rispettivo esercizio.
Il significato politico del documento sta dunque meno in una cifra che in un chiarimento. Confederazione e Cantoni ricevono una regola ricostruibile con cui possono calcolare scenari. Non possono però trattare i fondi della BNS come entrate fiscali sicure.
Due miliardi come base, quattro ulteriori livelli
Secondo l'accordo pubblicato il 1° ottobre è previsto un versamento di base di due miliardi di franchi, se la BNS presenta un utile di bilancio di almeno due miliardi di franchi. Inoltre entrano in considerazione quattro tranche supplementari di un miliardo di franchi ciascuna. Esse presuppongono utili di bilancio di almeno 10, 20, 30 e 40 miliardi di franchi. La distribuzione annua può quindi raggiungere al massimo sei miliardi di franchi.
Decisiva è la scelta delle parole: «può». L'accordo vincola il versamento a condizioni e lo subordina alla situazione finanziaria della Banca nazionale. Non sostituisce né la decisione del Consiglio della banca né l'esame annuale volto a stabilire se la BNS debba rafforzare a sufficienza le proprie riserve valutarie.
Per gli anni dal 2026 al 2030 l'assegnazione minima prevista agli accantonamenti per le riserve valutarie scende dal 10 all'8 per cento. Anche questa assegnazione deve essere determinata ogni anno dal Consiglio della banca. Gli accantonamenti non sono un cuscinetto dello Stato di cui si possa disporre liberamente. Devono mettere la BNS in grado di restare capace di agire anche in un contesto segnato da forti movimenti dei cambi e delle valutazioni.
Perché l'utile di bilancio non va equiparato al «ricavo»
Il regolamento si orienta all'utile di bilancio. In una banca centrale questo può variare fortemente, perché si muovono i prezzi dell'oro, gli investimenti in valuta estera e i tassi d'interesse. Un risultato elevato in un anno dice quindi poco sull'affidabilità dell'anno successivo. Viceversa, il mancato versamento non significa automaticamente che la Banca nazionale abbia mancato i propri compiti.
Proprio qui sta un limite per la politica finanziaria. Una distribuzione della BNS può alleggerire i bilanci; non è però uno strumento con cui Confederazione o Cantoni dovrebbero garantire spese ricorrenti e durature. Il nuovo accordo migliora la prevedibilità della forbice possibile. Non solleva però le casse pubbliche dal rischio dei mercati finanziari.
Il mandato di politica monetaria resta prioritario
Nella sua comunicazione la BNS ribadisce che il quadro di distribuzione non deve pregiudicare la sua indipendenza né il suo mandato legale. Il suo compito è garantire la stabilità dei prezzi tenendo conto dell'andamento congiunturale. Le distribuzioni degli utili sono subordinate a questo mandato.
Si tratta di più di una limitazione formale. Se l'attesa di distribuzioni elevate influenzasse le decisioni di politica monetaria, la fiducia nella banca centrale sarebbe a rischio. La soluzione a scaglioni cerca quindi di combinare un tetto massimo politicamente comprensibile con una chiara linea di sicurezza finanziaria.
Per Confederazione e Cantoni l'accordo crea fino al 2030 un calcolo comune. Per il pubblico resta la conclusione sobria: sei miliardi di franchi sono un tetto massimo subordinato a condizioni, non una promessa per il prossimo bilancio statale.



