Etichettatura PFAS bocciata – resta il vuoto informativo
Il Consiglio degli Stati respinge un obbligo generale di dichiarazione. Tra le obiezioni legittime a un'etichetta indiscriminata e il bisogno di informazione al momento dell'acquisto resta una lacuna.

Il Consiglio degli Stati ha respinto il 15 settembre 2026 una mozione della consigliera nazionale PLR Susanne Vincenz-Stauffacher che chiedeva un obbligo di dichiarazione dei PFAS. Il Consiglio nazionale aveva dato il suo assenso; con il no della Camera dei cantoni l'atto parlamentare è caduto. In discussione non vi era un'etichetta già pronta, bensì il mandato a creare una base giuridica per una maggiore trasparenza.
I PFAS sono un gruppo di diverse migliaia di composti sintetici. Molti respingono l'acqua, i grassi o lo sporco e vengono perciò impiegati in tessuti outdoor, pentole, elettronica e applicazioni industriali specializzate. Ciò che accomuna numerosi composti è la loro estrema persistenza. Alcuni si accumulano nell'ambiente e negli organismi e sono tossicologicamente problematici; altri sono studiati molto meno. «Contiene PFAS» sarebbe quindi un'indicazione sul contenuto, ma non ancora una valutazione completa del rischio.
Che cosa deve già essere dichiarato oggi
Il mercato non è privo di regole. Per gli oggetti vale l'articolo 71 dell'ordinanza sulle sostanze chimiche: se contengono determinate sostanze particolarmente preoccupanti, i fornitori devono informare i clienti commerciali. I privati possono chiedere le relative indicazioni. Si tratta di una soluzione tecnicamente più differenziata rispetto a un'etichetta PFAS generica, ma nei punti vendita è poco visibile. Lo stesso Consiglio federale rileva che finora sono stati identificati come particolarmente preoccupanti solo singoli PFAS e che l'elenco viene ampliato gradualmente.

L'argomento più forte contro l'etichetta
In aula la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider ha messo in guardia da un onere amministrativo elevato, da importazioni più difficili e da una disponibilità ridotta di singoli prodotti. Il rischio è plausibile: un percorso solitario della Svizzera obbligherebbe le aziende a procurarsi informazioni su catene di fornitura internazionali complesse appositamente per un mercato piccolo. Per i materiali riciclati, inoltre, può essere poco chiaro se i PFAS siano presenti in modo non intenzionale.
Anche sul piano tecnico una semplice etichetta sì/no sarebbe grossolana. Collocherebbe nella stessa categoria una padella con rivestimento, un anello di tenuta e un componente per una pompa di calore, senza spiegare quantità, rilascio o possibilità di sostituzione. Il chimico ambientale Martin Scheringer dell'ETH di Zurigo ha dichiarato a SRF che l'obiettivo più importante è sostituire quanti più PFAS possibile nel maggior numero possibile di applicazioni. Dichiarazione e sostituzione non sono dunque la stessa cosa.
Anche la mancanza di conoscenze genera costi
L'argomento contrario è questo: senza dati comparabili, la libertà di scelta resta teorica. Chi oggi vuole evitare i PFAS dipende da indicazioni volontarie dei produttori, da schede di sicurezza o da informazioni fornite caso per caso. Nemmeno gli specialisti possono capire da ogni prodotto quale composto fluorurato contenga. Un mercato di alternative credibilmente prive di PFAS nasce però solo se le indicazioni sono standardizzate e verificabili.
I costi, d'altra parte, non scompaiono con la decisione del Parlamento. Quando sostanze persistenti vengono rilevate nei suoli, negli alimenti o nell'acqua, si generano costi di accertamento, risanamento e trattamento. Chi li sopporterà alla fine è politicamente controverso. La questione della dichiarazione riguarda perciò non solo la protezione dei consumatori, ma anche la ripartizione dei costi futuri.
La via di mezzo più sensata non è ancora sul tavolo
Un obbligo mirato per gruppi di prodotti particolarmente rilevanti, un passaporto digitale del prodotto o una soluzione coordinata con l'UE potrebbero fornire più informazioni senza trattare allo stesso modo ogni applicazione. La Confederazione sta lavorando a un piano d'azione PFAS. Se e quando ne nascerà un'informazione di prodotto comprensibile resta però aperto.
Il no lascia in vigore la situazione giuridica attuale. Resta quindi la domanda pratica: come arrivano in modo affidabile le conoscenze dalla catena di fornitura fino a chi acquista un prodotto? Finché non esiste una risposta pratica, la trasparenza resta un diritto che occorre conoscere, rivendicare attivamente e verificare caso per caso.
Perché un'etichetta da sola non basta
Un'etichettatura sarebbe affidabile solo se metodi di misurazione, soglie e trattamento delle tracce non intenzionali fossero definiti con chiarezza. Altrimenti le dichiarazioni «senza PFAS» potrebbero suggerire prodotti con standard di verifica diversi. Oltre all'etichetta, la trasparenza richiede dunque una definizione comune delle sostanze, dati di filiera verificabili e una vigilanza efficace sul mercato. La mozione respinta avrebbe creato solo la base; la configurazione concreta sarebbe poi da chiarire sul piano politico e tecnico.



