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Bundeshaus, Container und Zollanlage stehen symbolisch für die Schweizer Handelspolitik.
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Economia09:45 UhrJournalPlus RedaktionTempo di lettura: 4 min0 commenti

Parmelin per il libero scambio: dove la Svizzera è aperta, dove no

Il presidente della Confederazione difende a New York i mercati aperti. Uno sguardo a dazi e accordi mostra che la Svizzera è molto aperta sui prodotti industriali e molto meno sull'agricoltura.

Guy Parmelin ha usato l'Assemblea generale dell'ONU per mettere in guardia da nuove barriere. Il presidente della Confederazione ha unito il suo appello al libero scambio alla richiesta che gli Stati «coltivino uno scambio aperto e non erigano nuovi ostacoli». Il messaggio del 22 settembre a New York si addice a un Paese piccolo e fortemente dipendente dalle esportazioni. Solleva però anche una domanda ovvia: quanto è aperta la Svizzera nella propria politica commerciale?

Un discorso all'insegna dei nuovi conflitti commerciali

L'intervento di Parmelin era più ampio di un discorso di principio sulla politica commerciale. Ha parlato di dialogo, di sconvolgimenti tecnologici e dell'indebolimento delle istituzioni internazionali. Il libero scambio era parte di un ragionamento più vasto: regole e scambi devono limitare la politica di potenza e la chiusura.

Per la Svizzera non si tratta solo di diplomazia. Farmaci, macchine, strumenti di precisione e orologi vengono prodotti e venduti in catene del valore globali. Nuovi dazi rincarano i beni intermedi, indeboliscono la competitività e possono innescare contromisure. Proprio gli Stati più piccoli traggono quindi maggior vantaggio da regole prevedibili rispetto alle grandi potenze, che possono usare l'accesso al mercato come strumento di pressione.

Prodotti industriali: la Svizzera ha aperto molto

Sui prodotti industriali la prassi svizzera è effettivamente liberale. Dall'inizio del 2024 la Confederazione non riscuote più dazi all'importazione sui prodotti industriali. Secondo l'Organizzazione mondiale del commercio, nel 2026 circa il 90 per cento delle posizioni tariffarie svizzere era esente da dazi. La media semplice dei dazi applicati della nazione più favorita era del 3,0 per cento su tutte le merci; ponderata per il commercio, nel 2024 era dell'1,0 per cento.

A questo si aggiunge una fitta rete di accordi di libero scambio che la Svizzera ha concluso bilateralmente o insieme ai suoi partner EFTA. L'accordo con l'India è in vigore dal 1° ottobre 2025. L'accordo con gli Stati del Mercosur è stato firmato il 16 settembre 2025; la firma non significa però che sia già in vigore. Tali trattati riducono i dazi, disciplinano le prove di origine e creano procedure per gli ostacoli tecnici al commercio.

Un esempio attuale è la Cina. Nell'agosto 2026 la Svizzera ha concluso i negoziati sull'ottimizzazione dell'accordo di libero scambio esistente. Secondo il SECO, ciò dovrebbe permettere di accedere al mercato cinese senza dazi per il 99,8 per cento delle attuali esportazioni svizzere. Le nuove disposizioni non sono però ancora in vigore: dopo la messa a punto giuridica sono previste la firma e poi le procedure di approvazione interne.

L'effetto di questi accordi non è automaticamente simmetrico. Le imprese usano le preferenze solo se rispettano le regole di origine e se l'onere amministrativo è inferiore al risparmio sui dazi. Per le piccole aziende proprio questo onere può restare un ostacolo.

Symbolbild eines Parlamentsgebäudes zu einer eidgenössischen Volksinitiative
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L'agricoltura resta molto più protetta

In agricoltura la Svizzera punta molto di più su strumenti di protezione. Protegge numerosi prodotti agricoli con dazi, contingenti tariffari e sostegno interno. Nei suoi esami delle politiche commerciali l'OMC ha più volte segnalato gli alti dazi agricoli e il sostegno statale. L'abolizione dei dazi industriali non ha cambiato nulla in questo ambito.

La Svizzera persegue quindi obiettivi diversi a seconda del settore: sui prodotti industriali punta molto sull'accesso aperto al mercato, mentre in agricoltura dà maggior peso alla sicurezza dell'approvvigionamento, ai redditi agricoli e ad altri obiettivi di politica agraria.

Gli accordi di libero scambio non sostituiscono l'OMC

La Svizzera reagisce ai negoziati multilaterali bloccati con accordi regionali. Questo garantisce agli esportatori l'accesso a singoli mercati, ma crea anche un intreccio di regole diverse. Nel suo World Trade Report 2026 l'OMC rileva che gli accordi regionali e mirati possono certo sperimentare nuove regole, ma al tempo stesso possono rafforzare la frammentazione del commercio mondiale.

Il discorso di Parmelin tocca così un interesse centrale della Svizzera: per il Paese un sistema multilaterale funzionante vale più di un mondo in cui ogni accesso al mercato va negoziato singolarmente. Gli accordi bilaterali sono una rete di sicurezza, ma non un sostituto completo di regole valide in generale e di una risoluzione delle controversie capace di agire.

L'apertura resta una scelta politica

Sui prodotti industriali la Svizzera attua in larga misura il messaggio di libero scambio di Parmelin. Ha eliminato i propri dazi industriali e assicura l'accesso al mercato tramite numerosi accordi. Allo stesso tempo protegge l'agricoltura in modo nettamente maggiore. Non è un'incompatibilità concettuale, ma il risultato di priorità politiche diverse.

Il discorso di Parmelin descrive così un interesse strategico della Svizzera: come piccola economia fortemente interconnessa a livello internazionale, essa dipende da un accesso al mercato prevedibile. La sua stessa politica commerciale mostra però che questa apertura non arriva ovunque allo stesso livello.

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